25 Luglio 2026

La recente scomparsa in Libano di Kozo Okamoto, morto da uomo libero all’età di 78 anni, riporta a galla una delle pagine più drammatiche del terrorismo internazionale. A dare l’annuncio del decesso è stato il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), l’organizzazione con cui l’Armata Rossa Giapponese – la sigla di appartenenza di Okamoto – aveva stretto una sanguinosa alleanza operativa. Condannato all’ergastolo in Israele, Okamoto era tornato in libertà già nel 1985 grazie a uno scambio di prigionieri.
Ma chi era davvero Okamoto? E come si consumò l’attentato all’aeroporto di Lod a Tel Aviv il 30 maggio 1972, che costò la vita a 26 persone e ne ferì 104? Le risposte e i dettagli degli eventi di quei giorni emergono dai documenti ufficiali custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma (ACS).
Il punto di partenza della ricostruzione è il verbale dell’Interpol d’Israele, all’epoca trasmesso all’Ufficio della Polizia Criminale italiana.
Il 30 maggio 1972, un volo di linea dell’Air France proveniente da Parigi e transitato da Roma atterra a Tel Aviv. I passeggeri sbarcano, superano il controllo passaporti e si dirigono verso la sala del deposito bagagli e della dogana, dove si trovano già i viaggiatori di un volo precedente. Tra di loro ci sono tre giovani giapponesi imbarcatisi a Roma con passaporti falsi intestati a Jiro Sugisaki, Daisuke Namba e Ken Torkyo.
Alle ore 22:25, i tre ritirano le proprie valigie. In pochi istanti le aprono ed estraggono mitra di fabbricazione jugoslava (modello VZ) e granate a mano di produzione russa o bulgara. I terroristi aprono il fuoco indiscriminatamente sulla folla. L’assalto lascia a terra 26 cadaveri e 104 feriti. Durante la reazione delle forze di sicurezza, due attentatori rimangono uccisi, mentre il terzo viene catturato durante il tentativo di fuga. L’identificazione dei corpi si rivela complessa a causa delle mutilazioni provocate dalle esplosioni delle granate.
Il sopravvissuto è Kozo Okamoto, un ex studente di agraria ventiquattrenne dell’Università di Kagoshima.
Secondo i verbali, la pianificazione del massacro era iniziata a marzo, quando i vertici dell’Armata Rossa Giapponese avevano ordinato al gruppo di trasferirsi nei campi di addestramento del FPLP in Libano.
I tre attentatori facevano parte del movimento extraparlamentare “Il Regno Sekigun” (Armata Rossa Unita), nato nel settembre 1969 dall’unione di 400 studenti di 54 università giapponesi, guidati dal ventisettenne Tsumeo Mori e dalla studentessa di farmacologia Hiroko Nagata. Prima di Lod, la fazione si era già distinta per rapine, attentati e per il dirottamento di un aereo a Pyongyang guidato da Takeshi Okamoto, fratello di Kozo. Nel febbraio 1971, la polizia giapponese aveva smantellato il quartier generale del gruppo sulle montagne di Karuizawa. Nel covo vennero scoperti quattordici corpi sepolti sotto la neve: giovani militanti torturati e uccisi dai compagni perché giudicati “deviazionisti”.
I contatti con i palestinesi erano stati avviati a Tokio da Abu Sharif Bassam, portavoce del FPLP. A guidare la cellula giapponese in Libano era Fusako Shigenobu, sfuggita agli arresti in patria insieme a Yasuko Yamamoto. Finanziatesi inizialmente con la realizzazione di un film sulla resistenza palestinese, le reti terroristiche organizzarono un canale di reclutamento per trasferire in Medio Oriente i superstiti del Regno Sekigun. Tra i sedici militanti che risposero alla chiamata c’era Okamoto, giunto in Libano nel marzo 1972 dopo un lungo transito attraverso Stati Uniti, Canada e Francoforte.
La spedizione verso Tel Aviv viene orchestrata da Takeshi Okudaira (27 anni, studente di ingegneria elettronica) sotto la supervisione della Shigenobu, che fornisce i documenti falsi e le armi. Il terzo uomo è Yasuyuki Yasuda (27 anni, studente di architettura).
I tre si ricongiungono alla stazione di Francoforte e viaggiano in treno verso l’Italia via Svizzera. I rapporti della Questura di Roma confermano che i terroristi arrivano nella Capitale il 25 maggio, alloggiando all’hotel Anglo-Americano nei pressi di via delle Quattro Fontane. Il 27 maggio acquistano i biglietti del volo Air France tramite l’agenzia turistica S.I.T. di piazza Barberini, prenotando una tratta che da Roma prevede lo scalo a Tel Aviv e il proseguimento per Tokio. Subito dopo si trasferiscono alla pensione Scaligera in via Nazionale.
I documenti rivelano che i servizi segreti israeliani (Shin Bet) avevano intercettato i segnali del pericolo imminente. Alla fine di maggio, l’ambasciatore israeliano a Parigi aveva sollecitato il Ministero degli Affari Esteri francese a intensificare i controlli sui voli Air France per Tel Aviv.
La risposta del governo transalpino fu di totale diniego: si riteneva che i palestinesi non avrebbero mai colpito la flotta francese per non compromettere le simpatie politiche di Parigi verso la causa araba. Si trattava di una tragica sottovalutazione della strategia del terrore, che non escludeva affatto bersagli israeliani o ebrei a bordo di vettori di paesi terzi. Resta inoltre aperto il misterioso interrogativo logistico su come valigie cariche di armi e granate abbiano potuto superare i controlli doganali aeroportuali dell’epoca. Nei piani originari, l’azione doveva estendersi alla distruzione degli aerei della compagnia El Al sulla pista, ma Okamoto venne bloccato prima di riuscire a uscire dalla sala bagagli.
L’attentato innesca un duro scontro diplomatico. In un appunto del 5 giugno indirizzato al Questore Umberto D’Amato, vengono registrate le formali rimostranze dell’ambasciatore israeliano a Roma. Lo Stato ebraico chiede ai governi europei una condanna formale del crimine, l’adozione di misure di sicurezza drastiche negli scali e una forte pressione politica sul Libano affinché smantelli i campi di addestramento.
L’ambasciatore lancia inoltre un monito preciso all’Italia, segnalando la presenza sul territorio nazionale di “organizzazioni di copertura di estrema sinistra” che avrebbero potuto offrire supporto logistico a nuovi attentati. Il monitoraggio investigativo si stringe attorno ad alcune sigle e comitati attivi nella Capitale, come il GUPS (Unione Generale degli Studenti Palestinesi) di casella postale 6124, il Comitato Palestina di via del Corso 267 e l’Unione degli Studenti Libici.
Al di là della cronaca e della recente scomparsa da uomo libero di Kozo Okamoto, la vicenda lascia dietro di sé una scia di inquietanti interrogativi sul transito di uomini e armi nel cuore dell’Europa. Per giorni, la cellula terroristica ha attraversato indisturbate diverse frontiere statali con un arsenale letale al seguito. Una mobilità garantita, di fatto, dalla politica di alcuni governi occidentali, unicamente protesi a tutelare la propria sicurezza nazionale attraverso taciti accordi di non aggressione; patti che, drammaticamente, escludevano dalla cornice di protezione i cittadini israeliani e la comunità ebraica internazionale.

Di Giordana Terracina

 

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