Le parole a volte sono pietre, possono riaprire ferite profonde e mai cicatrizzate. Se poi la persona a cui sono dirette è stata vittima di un attentato terroristico, la questione si complica ancora di più.
È notizia di ieri, riportata dai quotidiani francesi “Le Figaro” e “Le Parisien”, dell’arresto in Cisgiordania di uno degli uomini dell’organizzazione terroristica di Abu Nidal, Fatah-CR, Mahmoud Khader Abed, alias Hicham Harb. L’uomo è stato fermato dall’Autorità Nazionale Palestinese, ANP, a pochi giorni dal riconoscimento della Palestina da parte del Governo francese.
La sua importanza deriva dall’essere, secondo la stampa francese, il presunto responsabile dell’attentato al ristorante Jo Goldenderg, in Rue des Rosiers, del 9 agosto a Parigi, che causò la morte di 6 persone e il ferimento di altre 19. Mente dell’operazione fu Mouhamad Souhair Al-Abassi, alias Amjad Atta, mentre l’uomo arrestato in questi giorni è ritenuto essere il braccio armato dell’operazione.
Dalla ricostruzione della magistratura francese risulta che Hicham Harb era stato istruttore nei campi di addestramento in Siria, per poi diventare capo degli armamenti per l’Europa e l’Asia. La notizia è rimbalzata subito anche in Italia, dove è stato rilevato il legame tra l’attentato di Parigi e quello avvenuto a Roma il 9 ottobre 1982 davanti alla sinagoga, nel quale fu ucciso Stefano Gaj Tachè e rimasero ferite 40 persone. Hichma Harb risulta indagato per strage in Italia insieme ad altre 3 persone, Walid Abdulrahman Abou Zayed, Gamal Tawfik Arabe El Arabi e Nizar Tawfiq Mussa Hamada.
Con l’aiuto dei documenti declassificati e custoditi presso l’Archivio centrale dello Stato proviamo a comprendere le dinamiche e i ruoli assunti dai diversi terroristi.
Intanto è importante sottolineare il livello quasi paranoico della sicurezza con cui Abu Nidal gestiva la sua organizzazione. Immaginate un gioco di scatole cinesi, in cui ognuno era una parte a sé, isolata e non comunicante con il resto. Gli ordini venivano impartiti sempre e soltanto da Abu Nidal, lui controllava e decideva tutto, non fidandosi neanche dei suoi strettissimi collaboratori. Questo suo modus operandi gli permise negli anni, dal 1981 al 1984, passati in Polonia per curarsi di non perdere il comando dell’organizzazione.
Durante la sua convalescenza, infatti, destituì uno dei suoi più fedeli uomini, Imad Malhas, alias Omar Fahmi, passando il comando diretto dell’organizzazione a Naji Allush, intellettuale di origine cristiana membro di Al Fatah, con la carica di “segretario generale”. Un cambio che, data la debolezza dell’uomo scelto, produsse una nuova scissione, con la nascita di una nuova organizzazione, Il Movimento Popolare Arabo. Naji non riuscì a mantenere il suo ruolo, reso vuoto proprio dalla predisposizione di Nidal a non lasciare una reale autonomia ai suoi aiutanti.
Interessante è l’organigramma dell’organizzazione, immaginata come una paramide, ricostruito nei documenti dei servizi italiani.
Ai vertici si trovava il Comitato Centrale, composto da 15 membri tra cui Abu Nidal; Soleiman Samrin, alias Dottor Ghassan, primo segretario del Comitato Centrale e capo del Segretariato; Mustafa Murad, alias Abu Nizar, fino al 1987 anno in cui fu sostituito da Issam Maraqa; Mansur Hamdan, capo della Direzione Politica e portavoce ufficiale, poi dal 1991 numero 2 dell’organizzazione; Mohammad Wasfi Hannun, alias Wasfi Hannun (dai documenti risultava essere a capo del Comitato Centrale d’Informazione, mentre secondo Patrick Seale, autore di “Abu Nidal, una pistola in vendita”, era il capo dell’Esercito del Popolo); Issam Awdah, alias Zakariya Ibrahim; Abdallah Hassan, alias Abu Nabil, capo del Comitato per la Giustizia Rivoluzionaria; Shawqi Mohammad Yusef, alias Munir Ahmad; Thabit Abd al Karim Mahmud, alias, Zaidan, vice capo della Direzione Organizzativa; Ali al Farra, alias Abu Siham, capo della Direzione delle Finanze; Ali al Batma, alias Samir Darwish; Isma’il Abd al Latif Yusef, alias Hamdi Abu Yusef; Adnan Khalifa, alias Abu Hazim; Risq Sa’id Abd al Majid, alias Walid Khaled, portavoce a Beirut; Nabil Mohammad Abdallah Salim, alias Sari Abdallah; Mohammad al Tahir, alias Fu’ad Abu al Tahir; Mustafa Ibrahim Sanduqa, alias Hussein bin Ali, il vero capo del Comitato per la Giustizia Rivoluzionaria; Hassan Aziz Abd al Khaliq, alias Awwad, capo del Comitato per il Personale; Isa Jaradat, alias Soleiman, membro del comando della Direzione dei Servizi; Abd al Karim al Banna, alias Husam Mustafa; Ghanim Saleh.
Accanto si trovava l’Ufficio Politico a sua volta composto da Abu Nidal; Abu Nizar poi da Issam Maraqa; Mansur Hamdan; dottor Ghassan; Mohammad Wasfi Hannun; Issam Awdah; Abdallah Hassan; Shawqi Mohammad Yusef. Infine ultima istituzione il Consiglio Rivoluzionario con Hamdi Abu Asba, alias Azmi Hussein rappresentante in Libia negli anni 1985-87 e poi spostato in Algeria nel 1989; Ibrahim al Tamini, alias Tariq Mahmud membro del Comitato per la Giustizia Rivoluzionaria; Ali Zaidan, alias Haitham, membro della Direzione dei Servizi; Adnan al Faris, alias Sami Abu al Haitham; Majid al Akkawi, vice capo dell’Esercito del Popolo in Libano; Abd al karim Mohammad, alias Awni Jabr, inviato in Sudan, Aden e Libia; Khalil Khudr Salahat, alias Ma’n Adham; Hisham Harb uomo chiave delle operazioni all’estero (l’uomo arrestato in questi giorni); Sami Abu Ali, alias Mazen al Khalili, Direzione dell’Esercito del Popolo; Mohammad Habib, alias Salim Abd al Rahman; Mohammad Ahmad Abu Asal, alias Abu Marwan; Mahir al Rusan, alias Walid; Sami al Shayib, alias Isam; Walid Isa; Samih Abu Ali.
Al di sotto si trovavano una moltitudine di Comitati
Comitato operazioni estere (direzione operazioni), amministrativo-economico (estorsioni, attività propria e versamenti volontari), di massa (indottrinamento politico e arruolamento), dell’informazione (stampa e propaganda politica), militare (suddiviso in Comitato sicurezza militare, tecnico, addestramento nei campi, spionaggio), logistico (armamenti e falsificazioni), assistenza ai detenuti, relazioni estere (gestione contatti con Governi amici e con altre organizzazioni terroristiche), operazioni nei territori occupati, sicurezza e informazione (intelligence).
Descritto l’organigramma in linee generali dell’organizzazione di Abu Nidal, non resta che spiegarne il modus operandi, sulla base della documentazione afferente all’attentato all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985. Ciò al fine di una migliore comprensione dei ruoli e delle diverse fasi che compongono un’azione terroristica, dove le informazioni sulle modalità arrivano dall’alto e sono già ben studiate.
L’addestramento speciale in un campo in Libano, agli ordini di un comandante.
Nel caso in specie fu Fuad Higazi, alias Fouad. Il corso era curato da Fouzi Alaedin, alias Haisan, alias Haitan (arrestato a Roma nel 1976 con il nome di Nabil Hashem Mashem, insieme a Mohamed sabh Fatma, Jahad Mohamed), vice di Selim identificato in Daud Juri, responsabile del Comitato Operazioni Estere. Le esercitazioni prevedevano anche la costruzione degli scenari.
Come secondo di Fouad venne scelto Mohamma Sarhan Abdallah, terrorista catturato e rimasto ferito nel corso dell’attentato.
Al termine dell’addestramento Sarhan, insieme a Fouad e a un altro membro del commando (rimasto poi ucciso), Bau Darwish Mohamed, alias Mohamed Hussein, alias Taisir e Ali Mouflem Abu el Higah, alias Chaibob, alias Merzoughi Abdel Aziz (terrorista che ha diretto l’operazione all’aeroporto di Vienna, per cui fu in seguito arrestato e conosciuto anche con il nominativo di Ibrahim Hussein Hamad, espulso dalla Francia per sospetta attività terroristica) vennero convocati dal dottor Ghassan, a Damasco presso la base sita a Ruk el Din. In tale riunione venne deciso l’itinerario da seguire per giungere a Roma, Damasco-Belgrado in aereo e Belgrado-Zagabria-Trieste-Firenze- Roma in treno.
Qui il gruppo venne raggiunto dagli altri componenti del commando di assalto. Venne nominato il responsabile dell’operazione, Fouad, il capo operativo, Sarhan e il suo vice, Abu Ali, alias Bilal (rimasto ucciso nell’attentato). Il primo gruppo formato da Sarhan e Taisir partì per Belgrado con passaporto mauritano. Qui cambiarono il passaporto con uno marocchino e proseguirono il viaggio. Permanenza a Roma per circa 20 giorni, senza avere alcun contatto con l’altro gruppo, che avviene a 8 giorni dall’azione.
A 4 giorni dall’attentato giunse a Roma un altro esponente, Abu Musqa, alias Adnan, per riferire ulteriori dettagli.
La consegna delle armi avvenne soltanto il giorno prima della strage. Giorno in cui gli attentatori riconsegnarono i loro passaporti ad Adnan. L’aeroporto fu raggiunto con due taxi, con a bordo solo gli attentatori. Incerta è la presenza di Fouad e Ardnan sul luogo come supervisori.
Giordana Terracina (Vicepresidente dell’associazione. Laureata in giurisprudenza, Master Internazionale di II livello in Didattica della Shoah e PhD in storia contemporanea)
Bravissima