26 Maggio 2024

Intervista alla Dott.ssa Agata Serranò, ricercatrice italiana “Ramón y Cajal” nel Dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università Autonoma di Madrid. Autrice, tra l’altro, di “Las víctimas del terrorismo: de la invisibilidad a los derechos”, Aranzadi Thomson Reuters, Cizur Menor, 2018.

Lei è una delle poche voci universitarie europee ad occuparsi di vittime del terrorismo. A che punto è la ricerca?

 Dal 2008 al 2014 ho intrapreso una lunga ricerca per i miei studi di dottorato sulle vittime del terrorismo in Italia, Spagna e Regno Unito. Il suo obiettivo, da una parte, è stato quello di raccogliere e analizzare le testimonianze delle vittime e, dall’altra, di studiare le politiche adottate da questi tre Stati, per poi proporre raccomandazioni al fine di garantire loro una riparazione integrale. La ricerca si è pubblicata come libro in Spagna nel 2018 con il titolo “Le vittime del terrorismo: dall’invisibilità ai diritti”. Dal 2015 ad oggi mi dedico a studiare le vittime nei processi di giustizia transizionale che interessano l’America Latina.

Nel suo libro “Le vittime del terrorismo: dall’invisibilità ai diritti” evidenzia come l’invisibilità delle vittime inizi nella consuetudine dei media di puntare l’attenzione solo su due attori, i terroristi e lo stato. Ci spiega meglio questo importante passaggio?

Las Victimas del terrorismo: de la invisibilidad a los derechosLa mia teoria è che nel corso del XX secolo, l’analisi del terrorismo – non solo da parte dei media – si è basata essenzialmente su due concezioni principali: la concezione tradizionale o standard e la concezione alternativa. La concezione tradizionale, che ha predominato nelle democrazie contemporanee fino a diventare una visione standard del terrorismo, si basa sulla convinzione che questo crimine riguardi principalmente due attori: lo Stato e i terroristi. Questa concezione considera la società civile – e i suoi cittadini vittime del terrorismo – come semplici bersagli della violenza terroristica. In opposizione alla visione tradizionale o standard a partire dagli anni ’80 – soprattutto in Spagna – si è consolidata una concezione alternativa che considera la società civile e i suoi cittadini vittime del terrorismo come un terzo attore implicato nel problema del terrorismo. Secondo quest’ultima concezione, la società è parte del problema del terrorismo in una duplice dimensione: da un lato, è una vittima ogni volta che subisce la violenza terroristica e, dall’altro, è un attore sociale attivo e indispensabile da tenere in considerazione nell’analisi del fenomeno. Poiché non è possibile un’analisi completa del problema del terrorismo senza considerare le vittime, in quanto destinatarie di diritti e soggetti in situazione di vulnerabilità meritevoli di tutela giuridica, il libro sostiene la necessità di abbandonare la concezione tradizionale o standard e di adottare la concezione alternativa in modo da far emergere le vittime dall’invisibilità. Infatti, fino agli ultimi decenni del XX secolo, le vittime del terrorismo in Spagna, Regno Unito e Italia sono rimaste in una situazione di invisibilità che può essere riassunta in tre parole: neutralizzazione (da parte dei terroristi), indifferenza (da parte della società civile) e assenza (di una legislazione specifica per la loro tutela).

Da un lato, il terrorista ha cercato di “neutralizzare” le vittime non solo togliendo loro la vita mediante l’azione terroristica, ma ha anche cercando sostegno e giustificazione nella società civile attraverso la diffusione di un discorso di legittimazione della violenza. Questo discorso ha essenzialmente presentato l’avversario (lo Stato democratico e la società civile) come responsabile di un conflitto in cui i terroristi sono stati ritratti come vittime. Diffondendo l’idea che “tutti sono vittime della violenza e/o del conflitto”, soprattutto i terroristi indipendentisti della Spagna e dell’Irlanda del Nord e i loro sostenitori si sono equiparati alle vittime che loro stessi hanno causato. Con questa equazione, il gruppo terroristico e i suoi seguaci hanno “neutralizzato”, “negato” e “annullato” la condizione delle vittime del terrorismo, il suo valore pubblico, morale e storico, cercando di rendere “invisibili” i danni causati e le ingiustizie commesse per ottenere l’impunità morale, politica e storica (invisibilità morale). La diffusione nella società di questo discorso di legittimazione della violenza è stato in grado di rafforzare, in larga misura, la visione tradizionale o standard con cui il problema del terrorismo è stato prevalentemente affrontato fino alla fine del XX secolo. Infatti, questa narrazione, neutralizzando e rendendo invisibili le vittime, ha promosso l’idea che il terrorismo sia il risultato di un conflitto tra lo Stato e il gruppo armato. D’altra parte, il resto della società, pur non giustificando pienamente gli attentati, spesso a causa del terrorre esercitato su di essa, non ha osato per decenni superare la paura e l’omertà per condannarli esplicitamente. Rimanendo “spettatrice indifferente” di fronte al terrorismo e alle sue vittime, la società civile è rimasta intrappolata in una “spirale del silenzio”, relegando tali soggetti a un’immeritata invisibilità sociale.

Infine, di fronte all’escalation di violenza terroristica senza precedenti sperimentata nei cosiddetti “anni di piombo” in Spagna, Regno Unito e Italia, il legislatore, affrontando il problema del terrorismo secondo una concezione tradizionale o standard, si è concentrato soprattutto fino agli anni ’80 sulla prevenzione e sulla repressione della violenza terroristica. L’urgenza di dover dare una risposta dissuasiva agli atti terroristici ha purtroppo portato a rimandare la tutela delle vittime del terrorismo e dei loro diritti, relegando questo soggetto vulnerabile a una immeritata invisibilità giuridica.

Solo a partire dagli anni ’90, grazie all’impulso delle stesse vittime, si è assistito a una progressiva rettificazione sociale e giuridica della società e del legislatore nei confronti delle vittime del terrorismo, che hanno cominciato ad essere visibili e presenti: un attore rilevante nel problema del terrorismo.

 

Che ruolo ha la società scientifica italiana (e non solo scientifica) nell’attenzione a questo tema?

L’università e la società hanno senza dubbio un debito morale nei confronti delle vittime del terrorismo. Infatti l’invisibilità alla quale sono state destinate hanno causato loro una vittimizzazione secondaria, perché non solo hanno subito un danno a causa della violazione dei loro diritti per l’azione terroristica sofferta, ma sono state anche umiliate, incolpate o neutralizzate dal terrorista e dal suo entourage politico (invisibilità morale); sono state emarginate e trattate con indifferenza dal resto della società civile (invisibilità sociale); sono state trascurate e non tutelate dalle autorità pubbliche (invisibilità giuridica). Per evitare tale vittimizzazione secondaria, sarebbe opportuno, con il contributo della società civile e anche dell’Università, promuovere la delegittimazione della violenza terroristica, la sensibilizzazione della società sulla gravità del terrorismo e sulle sue conseguenze e il consolidamento progressivo di una cultura della tutela vittime del terrorismo a livello istituzionale e pubblico.

 

L’Unione Europea, attraverso la RAN, Rete contro la Radicalizzazione Violenta della Commissione Europea, ha alzato il livello della comunicazione evidenziando come le testimonianze delle vittime del terrorismo siano una chiave per prevenire la radicalizzazione. So che la Spagna, dove lei vive, si è già attivata in questo senso. Si può già fare un bilancio dell’esperienza?

Senza dubbio, le associazioni di vittime del terrorismo spagnole sono state pioniere in Europa nell’affrontare due questioni importanti: l’importanza di costruire una narrazione delle vittime che constrastasse il discorso di legittimazione della violenza diffuso dagli estremisti e la necessità di trasmettere la memoria del terrorismo alle nuove generazioni, tenendo conto anche della narrazione delle vittime. E’ per questo che a livello regionale si sono adottati dei programmi educativi che prevedono l’intervento dei familiari delle vittime in aula, il cui ruolo è quello di far conoscere ai ragazzi la loro storia di resilienza, facendo pedagogía della memoria nelle scuole. Questi programmi sono stati impulsati dalla Direzione Generale di Appoggio alle Vittime del Terrorismo (creata con la Legge 29/2011, sul Riconocimento e la Tutela Integrale alle Vittime del Terrorismo). Grazie a questa Legge, in Spagna si è adottata una politica inclusiva dei familiari delle vittime del terrorismo, considerandoli attori rilevanti nel processo di costruzione di una memoria collettiva che permetta loro di superare l’invisibilità che per decenni hanno sofferto ingiustamente. Le associazioni spagnole insieme a quelle di molti altri paesi europei hanno fatto conoscere il loro operato anche nelle riunioni della Radicalisation Awareness Network (RAN), Rete della Commissione Europea contro la Radicalizzazione Violenta. Oggi, dopo quasi 10 anni di lavoro, la RAN considera le vittime del terrorismo come agenti che favoriscono la prevenzione della radicalizzazione violenta, soprattutto attraverso la loro narrazione. Pertanto, far conoscere la loro esperienza di resilienza alle nuove generazioni può aiutare a prevenire l’estremismo violento e rafforzare nei giovani i valori etici della Democrazia e dello Stato di Diritto.

 

Ampliando lo sguardo fuori dall’Europa, per esempio in America Latina, com’è la situazione? L’eroica esperienza delle Madri di Plaza de Mayo, che protestavano sotto la dittatura, può considerarsi una pagina di storia passata o resta ancora un punto di riferimento?

L’esperienza dell’America Latina è abbastanza diversa da quella europea, perché le vittime sono state causate sia da gruppi terroristici sia da apparati dello Stato, in molti casi, durante un regime dittatoriale o autoritario. Le gravissime violazioni dei diritti umani che si sono registrate in quella regione illustrano delle dimensioni di conflitto che, fortunatamente, l’Europa non ha conosciuto in Democrazia. Tuttavia, l’esperienza latinoamericana insieme a quella europea ci insegnano che, qualunque sia la regione dove ci si trovi, i familiari delle vittime hanno dovuto lottare per essere creduti e tenuti in considerazione, per far rispettare i loro diritti e farsi ascoltare.

L’esempio delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina è ancora un punto di riferimento per molti, dato che il cammino del riconoscimento, la verità e la giustizia resta ancora, purtroppo in molti casi, quasi tutto da percorrere.  

 

 

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Memoria e verità