26 Maggio 2024

Il 13 novembre una bomba in una affollata via del centro di Istanbul ha provocato la morte di sei cittadini turchi e il ferimento di oltre ottanta persone.

Il governo di Erdogan ha immediatamente accusato di questo che è il più mortale attacco terroristico in Turchia in più di cinque anni, il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e l’Associazione popolare curda con sede in Siria, considerata una propaggine del PKK.

L’arresto di Ahlam Albashir, cittadino siriano, sembra confermare le prime ipotesi.

Il conflitto tra Turchia e militanti turchi, iniziato alla fine degli anni ’70, è costato decine di migliaia di vittime e il PKK è internazionalmente considerato un gruppo terroristico. Tuttavia, lo stesso PKK ha negato il coinvolgimento organizzativo, dichiarando sul proprio sito web che “è fuori questione per noi prendere di mira i civili in qualsiasi modo”.

Ma perché questa organizzazione terroristica non si prende il merito dell’azione, nella speranza di attirare l’attenzione sulla causa curda?

E’ la domanda che si pongono studiosi di politica, in quanto nel cosiddetto “Modello strategico” del terrorismo gli attacchi sono un strategia immorale ma efficace per costringere a concessioni il governo, al fine di evitare future sofferenze ai civili. In uno studio condotto su centinaia di gruppi terroristici in tutto il mondo, gli studiosi di terrorismo Max Abrahms e Justin Conrad hanno scoperto che prendere di mira i civili non si traduce in concessioni da parte del governo, anzi si ottiene solo un irrigidimento. Attacchi contro obiettivi militari o governativi, invece – come è accaduto per i talebani in Afghanistan, sembrano essere più efficaci in termini di risultati politici.

Evidentemente la sfuggente e letale logica del terrorismo impara dalle proprie sanguinose azioni e ne fa tesoro.

Foto: “Istanbul” di szeke è concesso con licenza CC BY-SA 2.0.

 

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Memoria e verità