25 Aprile 2024

ll totale delle informazioni che un essere umano, appartenente al mondo occidentale, riceve nell’arco di una settimana, costituisce il totale delle informazioni che un uomo del 1500 riceveva nell’intera vita.L’informazione oggi viaggia attraverso i mass media classici come cinema, radio, televisione, ma soprattutto tramite smartphone.

Secondo l’azienda App Annie, specializzata in analisi statistiche legate al mondo multimediale dei Devices, nel suo rapporto State of Mobile del 2022 su dati del 2021, afferma che mediamente un adulto passa circa 4,8 ore al giorno sul telefonino. Un quinto del tempo nel giorno. Molto di più di quanto si espone agli altri media. Un flusso non controllabile, spesso modellato sulle ricerche effettuate da ognuno.

La sovraesposizione all’informazione è un fenomeno puramente contemporaneo con effetti ancora non prevedibili. In un mondo sovralimentato di flussi comunicativi, le statistiche legate all’utenza social, ad esempio, indica che il pubblico ha sviluppato competenze specifiche legate all’esposizione. In genere, sono gli due effetti che concorrono a selezionare l’attenzione sull’informazione: l’effetto cocktail party e l’abituazione.

L’ “effetto cocktail party” (Cherry,1966) venne ipotizzato da Colin Cherry. In pratica è l’effetto di ascolto selettivo che si ha in una situazione in cui sono presenti più voci ovvero ad un party. Quando in una situazione molte conversazioni si sovrappongono, si ha la necessità e capacità di seguirne solo una. In un esperimento negli anni ’50 Cherry chiese a delle persone di indossare delle cuffie da cui si potevano ascoltare due conversazioni contemporaneamente. Invitò le persone a scegliere di ascoltarne una, scoprendo che non solo riuscivano perfettamente nell’intento, ma che non rimaneva alcuna traccia in memoria della seconda conversazione ignorata, nonostante la corteccia cerebrale l’ avesse registrata.

Il fenomeno di abituazione invece è un processo di apprendimento elementare inibitorio. Un processo lento che porta alla riduzione della risposta da parte dl soggetto al presentarsi dello stimolo. Questi due effetti sono stati studiati tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, ma non tengono conto dei contemporanei sistemi di comunicazione. Gli utenti scelgono l’informazione a cui sottoporsi e usano i meccanismi sopra esposti per sottrarsi alle informazioni non rilevanti.

Ciò che arriva sugli smartphone è una serie di notizie e informazioni specifiche per l’utente.

Tali notizie sono conformate sulle convinzioni e le ricerche dell’utente: 4,8 ore al giorno, quante informazioni possono essere fornite direttamente o indirettamente?  Questo rafforza le inclinazioni, polarizzando le opinioni e rafforzandole contro quelle che le smentiscono. Non a caso molti fenomeni di radicalizzazione avvengono su Internet.

 

Come si può quindi a questo punto, comunicare realmente il pericolo o ridefinire la questione per ciò che è e non per ciò che si stima sia?

La conoscenza diretta, in prima persona, di esperienze traumatiche potrebbe essere fondamentale per ristrutturare il campo e dare una versione diretta, verosimile rispetto a ciò che accade solo però se si riesce ad avere una cornice di senso legata all’elaborazione del lutto. La memoria degli eventi traumatici è una delle cose più difficili da affrontare, per chi lavora in un setting psicoterapeutico volto alla cura ed elaborazione del lutto, proprio perché si lavora con la memoria: un eterno presente, un eterno divenire che divora se stessa replicandosi negli atti di tutti i giorni. Non è infatti risolvibile la questione legata a quello che viene definito Sindrome Post Traumatica, se esso non è contestualizzabile in un percorso di elaborazione, quantomeno parziale.

L’elaborazione parziale è dovuta al persistere di vissuti talmente pericolosi emotivamente che alcuni aspetti sono totalmente inelaborabili. Quando la memoria è trauma, quando è legata ad eventi catastrofici e luttuosi, la coscienza (in termini specifici psichiatrici l’IO, ovvero il grado di consapevolezza di se stessi e delle proprie azioni nel mondo) tende alla scissione dei contenuti più pericolosi (di solito legati all’annientamento di sé o degli altri se la spinta è eterodiretta), questi contenuti pericolosi per la salute mentale della persona, vengono spesso proiettati all’esterno, esternalizzati su cose e persone, su fatti ed accadimenti, da cui la persona stessa tende a difendersi in maniera assolutamente scomposta e con reazioni oltremodo eccessive.

Il comportamento si psicoticizza, ovvero, si innesta una componente psicotica scissa, non consapevole e volta all’annientamento di sé (Kalsched, 2021). Questa componente determina pensieri e azioni che si potrebbero definire come involontari, ovvero parziali all’IO, ma assolutamente motivati verso una direzione specifica di solito aggressiva omo-eterodiretta. La consapevolezza in sè della possibilità di agire essendo agiti è di per sé spesso sufficiente a ristrutturare il campo d’azione, ma è impossibile la totale elaborazione dell’evento luttuoso, tanto che molto spesso si stabiliscono condotte magiche tali da incorniciare o controllare o rendere inefficace l’aspetto aggressivo della scissione traumatica.

In linea di massima, il ricorso quindi a condotte che può sembrare stravagante, in realtà costituisce gli elementi di supporto al rafforzamento della consapevolezza traumatica senza dover affrontare direttamente la drammaticità del vissuto tanatologico. Va infatti ricordato che per definizione una tragedia non pone una soluzione, ma una dissoluzione, ovvero la cessazione del dramma attraverso la cessazione della vita stessa. Basta fare riferimento agli assoluti della tragedia greca per notare l’aria di annientamento che di per sè diventa insegnamento (παιδεία) e monito a non commettere lo stesso errore del mito (Il quale era Storia Sacra per i Greci antichi).

Qui è la risorsa. La capacità di essere consapevoli del limite, del proprio limite che pone un freno all’azione di controllo del dramma dell’evento emergenziale.

Le cose accadono e succedono ad alcuni di noi. Costoro possono comunicare come fanno a “sopravvivere” a se stessi, a quello che non possono affrontare proprio perché legato ad eventi oltre la possibilità dell’umana comprensione. Qui si inserisce anche il cosiddetto pensiero magico, ovvero una cornice di senso che non ha a che fare con spiegazioni di tipo scientifico, ma afferisce a un meta-materialismo, che ha aspetti di predestinazione ed elezione di sé, che costituisce però un bagaglio immaginativo fondamentale sin dalla notte dei tempi.

La razza umana ha attinto ad alla “magia” per spiegare la genesi dei fenomeni naturali. Quale forma abbia questa condotta magica, non ha importanza, quello che è importante è il senso delle cose, il motivo per cui si potrebbe spiegare un accadimento personale che non ha a che fare con la cosiddetta normalità, concetto portante della statistica.

Le condotte magiche sono uno dei fenomeni più frequenti nella spiegazione di un qualsiasi evento in termini di genesi passata ed in proiezione futura. Una delle condotte magiche è l’aspetto religioso legato ad un qualsiasi evento importante.

La condotta magica ha ricadute dirette sia sul pensiero individuale che su quello sociale proprio perché la cosiddetta trasformazione intima nel processo di rappresentazione della realtà passa sempre per la simbolizzazione: la Bandiera, la Patria fino a concetti complessi come la Libertà o la Pace, sono tutte trasformazione della condotta magica dal momento che non solo non hanno una definizione univoca: è molto difficile che tali concetti possano realmente esplicarsi nella realtà umana del singolo individuo.

Nessuno è realmente libero o è in pace, così come la Bandiera in se stessa è solo un pezzo di stoffa che viene caricato di un significato estremamente diverso che si accetta per fede o appunto, per magia.

Quello che però è accettato socialmente diventa vero e reale tanto quanto concetti scientifici. C’è scienza nella magia, per assurdo, nella maniera statistica in cui tante persone l’accettano, una ripetitività rilevante nella popolazione umana da essere certa. Come c’è scienza, sempre statistica nelle cosiddette coincidenze degli eventi, così frequenti che Jung cercava di spiegare come Sincronicità: “[…] nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa.” (Jung 1952). Le condotte magiche diventano racconti che quando vengono diffusi si trasformano in tradizioni, abitudini, cerimonie, magari orali, tipiche di un gruppo etnico e rappresentano un formulario di riferimento attraverso il quale poter controllare e guidare l’inesplicabile.

La stessa testimonianza del proprio trauma crea condivisione soprattutto perché colui che l’ha provato è lì a raccontarlo, e quando si racconta la memoria, essa diventa viva proprio per quel movimento di proiezione degli stati traumatici legati a meccanismi di transfert affettivi (Freud,1979). D’altronde chi non ha vissuto certe esperienze è solito cercare di isolare i “perché”, dal momento che si ha la presunzione di poter spiegare un lutto e eventualmente controllarlo solo attraverso il motivo, o tenerlo semplicemente lontano da sé.

Abbiamo creato tonnellate di categorie per incamerare gli eventi più sconvolgenti e ne abbiamo fatto una questione storica, come se essi servissero realmente a non ripetere, ma la realtà è che finora non sembra sia mai servito. Li teniamo così lontani da noi, pensando che quelle categorie ci possano salvare dal provare il trauma. Una sorta di anestesia.

Eppure chi sa, avrebbe il dovere di diffondere la propria parola e soprattutto dal momento che l’evento è successo, più che spiegare il perché, sarebbe utile invece allargare il discorso sul “come” esso si ripercuote nella vita di chi è stato investito e su chi era vicino o prossimo, fino alla dimensione sociale globale, nel momento in cui è inevitabile che alcune cose molto rare, succedono, ma si può andare avanti.

Non è solo un discorso causalistico sui motivi per cui sono vivo, ma come riesca a sopravvivere al fatto di essere ancora vivo. Come giornalmente sopravvivo, la condotta magica che seguo se la seguo, i limiti che il mio vivere mi presenta ogni giorno, quella quotidiana scissione che ho dal trauma e dalla persistenza di esso che di per se è trauma stesso.

Per assurdo è come in quella storia proveniente da una cultura lontana in cui si racconta di una strada disseminata di buche. Regolarmente i passanti ci finiscono dentro: alcune volte involontariamente, altre volte ci finiscono per vari motivi. È impossibile evitare che nella strada ci siano buche come è impossibile non finirci. La differenza tra la prima e l’ultima buca è che dall’ultima, qualcuno ha imparato ad uscirne. Ecco. Se riesco anche a raccontare come, immagino che non sarò il solo capace ad uscirne.

Fabrizio Mignacca (Psicologo- psicoterapeuta, docente presso la cattedra di Psicologia della Dipendenza Affettiva – Criminologia- Facoltà di Giurisprudenza, Università Uniecampus. Saggista. Presidente Associazione “Progetto Vittime”).

Leggi qui il contributo completo e la bibliografia:

Trauma e memoria di Fabrizio Mignacca

 

 

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Memoria e verità