25 Aprile 2024

Cicinelli foto da sitoQual è il rapporto tra le vittime del terrorismo e i media? Memoria e Verità l’ha chiesto a Gianluca Cicinelli, classe 1962, giornalista professionista, scrittore, a lungo direttore dell’informazione di Radio Città Futura di Roma. Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali e si occupa principalmente d’inchieste sulle zone d’ombra tra servizi segreti, criminalità organizzata e istituzioni.

 

 

 

Si dice che i giornalisti siano i migliori amici dei terroristi, perché, in cerca di storie che attraggano il pubblico, danno la massima esposizione alla violenza. Rispetto alle vittime, invece, come si è comportata e come si comporta l’informazione?

Ritengo che esistano tre precisi momenti un cui la stampa si rapporta alle vittime: a) al momento della violenza; b) al momento del processo, se ci si arriva; c) tra questi due momenti e dopo.
Al momento della violenza trasmette l’idea che quelle decedute o colpite potrebbero essere uno/a di noi, creando una sorta di comunità, che dura però soltanto i pochi giorni che la notizia resta sul giornale. Nel momento dei processi le strumentalizza usandole in senso prevalentemente giustizialista, per chiedere pene severe, senza però analizzare a fondo le cause alla base di quella specifica violenza in esame giuridico, facendo un unico  calderone destoricizzato, che ha come risultato di oggettivizzare e quindi spersonalizzare le vittime.  Questo atteggiamento contraddice totalmente l’empatia creata al momento della violenza, che quindi era strumentale alle regole del giornalismo e non di vera solidarietà umana e spezza il legame con l’opinione pubblica. “Le vittime” come categoria sono soltanto una parola, mentre Antonio, Maria, Giovanna, Iole eccetera, sono invece persone vere con una loro storia, che viene così fatta dimenticare. Al di fuori di questi due momenti avviene un altro fenomeno di oggettivizzazione che spersonalizza le vittime: la ricorrenza istituzionale. Le vittime vengono cioè ricordate, e nemmeno sempre, soltanto in occasione degli anniversari della violenza. Questo è un fenomeno veramente tragico che, a mio avviso, impedisce anche lo sviluppo della ricerca della verità, perché quando non importa più a “nessuno” e quel nessuno è l’opinione pubblica, non se ne parla più, cade l’oblio. E quella forse è la morte più profonda e definitiva.

Quali dovrebbero essere i limiti del rapporto tra giornalista e vittima nell’immediato dopo il fatto? E a distanza di anni, in coincidenza con le celebrazioni?

Il rispetto. In entrambi i casi. E quello non s’impara nelle scuole di giornalismo né si può insegnare oltre una certa misura. Se sei una persona adulta e matura non c’è bisogno che qualcuno ti dica che devi cercare chi è disposto a parlare e non che devi far parlare chiunque a qualsiasi costo. Anche se te lo dice il tuo caporedattore. Quindi il limite del rapporto è la volontà delle vittima nel parlare o meno.
Talvolta si formano comitati di vittime che nominano un portavoce, ed è a quello che bisogna rivolgersi come prima cosa. Oppure bisogna fare ricerche accurate per capire se c’è chi in passato ha espresso la
volontà di parlare o di dire cose in dissenso dal comitato che la rappresenta.

Le vittime di un attentato hanno diritto a non parlare con i media, così come a farsi ascoltare e condividere la loro storia, senza che questa venga distorta per aumentare l’audience o venga strumentalizzata per fini politici. Quali consigli si possono dare?

E’ complicato perchè non legiferato, nemmeno nelle norme dei giornalisti, ma dovrebbe essere la vittima che chiede al giornalista di firmare una liberatoria. Per esempio: “ti autorizzo a usare la mia intervista soltanto se riporti fedelmente le mie parole”. Si può pretendere di dare l’assenso alla pubblicazione solo dopo aver letto l’intera intervista, se scritta, o visionato il montaggio finale se in video. Se possibile anche con la supervisione di un legale.

Il 23 e 24 maggio 2022, a Milano, si è tenuto un gruppo di lavoro del RAN (Radicalisation Awarness Network) – Unione Europea sul tema della percezione nei media delle vittime e dei sopravvissuti al terrorismo. Si conclude con alcune indicazioni generiche per i giornalisti. Non sembra esserci stato un seguito di applicazione in Italia.

In effetti non ne ho avuto alcuna notizia. Ho fatto anche una ricerca in rete unendo il network Ran a stampa italiana e non esce niente. Anzi, alle iniziative, in maggior parte religiose, legate alla questione trovi la partecipazione di sociologi e politici ma non di giornalisti. Quindi davvero nessun seguito.

Cosa aspetta l’Ordine dei giornalisti a creare una carta etica dedicata alla copertura degli atti di terrorismo e alle buone pratiche per intervistare le vittime?

Posso essere un po’ scorretto? Le vittime e i loro familiari si devono incazzare forte e fare presente che sono molto incazzate di essere usate solo quando servono e a loro piacimento dai giornalisti. Mi dispiace essere così pesante ma non c’è altra strada. Anni fa una collega si finse poliziotta per rubare a una madre la foto della figlia morta in un incidente avvenuto poche ore prima nella notte: tu credi che sia stata sanzionata nonostante altri colleghi l’abbiano deferita agli organi di controllo dell’Ordine dei giornalisti? Non ci fu nessuna conseguenza e quella persona ha continuato ad agire da sciacalla qual è. Quindi o c’è una forte presa di posizione delle vittime quando sono riunite in comitati, per esempio dichiarare prima della ricorrenza che per protesta non rilasceranno interviste, oppure non interesserà mai a nessuno se non a qualche singolo di buona volontà.

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Memoria e verità